L’eccezione culturale francese (e la Carlucci)

marzo 10, 2008

Ronald Bergan scrive di Cinema per il Guardian, vive nel sud-est della Francia e dice sul suo blog che nessuna nazione tratta meglio cinefili e cineasti. Il sistema di distribuzione e di sovvenzioni dell’Esagono permette a città medio-piccole di avere cinema d’essai spesso difficili da trovare in grandi città di altri Paesi europei, con una buona offerta di film d’autore internazionali con tutti i crismi cinéphile – proiezioni rigorosamente in lingua originale, senza spot commerciali e senza maleodoranti distributori di pop corn.

L’industria cinematografica francese, pur versando in condizioni non eccellenti, rimane in buona salute. Questa relativa floridità è possibile anche grazie alla cosiddetta “eccezione culturale francese”, forma di protezionismo culturale molto controverso – ad esempio Mario Vargas Llosa lo considera come segno di decadenza e chiusura sciovinistica al confronto con culture straniere.
Fin dal 1959, anno della creazione del Ministero della Cultura, è stato implementato un sistema di quote sia per rastrellare fondi da destinare alla produzione di opere audiovisive (il “conto speciale” da cui attinge il Centro Nazionale della Cinematografia, CNC), sia per limitare la penetrazione di prodotti stranieri, in particolare quelli americani.
Dalla fine degli anni ’80 i canali televisivi sono obbligati a investire circa il 2,5% del loro fatturato in produzione di prodotti audiovisivi francesi ed circa l’1% per produzioni europee – addirittura il 9% per Canal+, il che spiega la forte generosità del gruppo verso il Cinema d’autore. Le emittenti sono inoltre tenute a dedicare il 60% delle trasmissioni a prodotti europei di cui 40% francesi. Se unite agli sgravi fiscali per chi investe nel Cinema, queste cifre spiegano perchè molti cineasti in difficoltà nei loro Paesi riescono spesso a trovare finanziamenti al CNC.
Nel 1993 l’Eliseo introdusse il principio della diversità culturale nelle negoziazioni per il General Agreement on Tariffs and Trade (GATT), ottenendo di poter imporre tariffe doganali su prodotti culturali stranieri, in base all’idea che un film non possa essere considerato come merce ordinaria, principio osteggiato per ovvie ragioni dagli Stati Uniti. Tutto si può dire ma non che il sistema non abbia tenuto fuori dai confini francesi un po’ di prodotti hollywoodiani di dubbio interesse culturale: nel 2007 i film americani hanno coperto solo il 49% del mercato francese, contro il desolante 90% di molti mercati europei (fonte: CNC).
La crisi che il CNC sta attraversando dal 2005 è causata da vari malfunzionamenti del sistema, soprattutto dalla scarsa penetrazione dei prodotti francesi su mercati stranieri; un altro grave problema è l’inefficienza economica che porta alla sovrapproduzione di titoli che non vengono distribuiti adeguatamente, cosa che affligge anche l’agonizzante industria italiana. Questo modello fortemente pianificato e corporativo, come nota Emmanuel Goût su Caffé Europa, affida la gestione degli investimenti al CNC più che agli imprenditori, fatto sempre evidenziato dai suoi critici liberali: ma se da un lato rischia di disperdere risorse su progetti poco capaci di attirare spettatori nelle sale e rende difficile la creazione di grandi case di produzione private competitive, dall’altro permette di evitare la flessione qualitativa e la standardizzazione creativa che si verificano quasi inevitabilmente quando si entra in concorrenza diretta con Hollywood.

Riguardo alla sorte del Cinema italiano, negli anni ’60 grande concorrente di quello francese ma ora quasi scomparso dai mercati internazionali, si possono citare due fatti:

(1) una proposta di legge basata sul modello francese, con tanto di Centro Nazionale della Cinematografia e quote per il Cinema Nazionale, è stata avanzata da Russo Spena e da altri senatori di Rifondazione Comunista, tacciati di essere antidemocratici, antiamericani e fascisti. Senza dubbio si tratta una proposta troppo radicale e dagli aspetti grotteschi, come la verifica dell’italianità della troupe del film, e non potrebbe essere applicata senza causare disastri – cosa che accomuna molte proposte di Rifondazione. È però interessante constatare che per molti un mercato controllato dalle major hollywoodiane sarebbe un mercato libero e democratico in cui il pubblico sceglie liberamente quali film vedere, contrapposto al “fascismo” di un sistema corporativo che incentiva le produzioni nazionali svincolandole da una concorrenza asimmetrica e che cerca di promuovere la creatività prima del profitto.

(fonti: Un Occhio sul Cinema e, per chi vuole farsi venire mal di stomaco, c’è anche l’articolo di Libero sulla questione: “Legge bocciata anche da chi il mondo dello spettacolo lo conosce bene, come la deputata di Forza Italia Gabriella Carlucci.”)

(2) Gabriella Carlucci, fondatrice del Dipartimento Nazionale dello Spettacolo di Forza Italia e segretaria della VII commissione cultura alla Camera, ha presentato il documento programmatico “Una legislatura per lo spettacolo”, che include anche un piano di risanamento dell’industria cinematografica. Ne vedremo delle belle.

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