People’s Republic of Cork

maggio 19, 2007

In teoria, dovrei essere in ufficio da lunedi’. Ma ho scritto una mail a Peter, il mio manager, dicendogli che per personal problems to solve avrei bisogno di una settimana di ferie. Credo che chiedere ferie prima ancora di iniziare lo stage mi mettera’ in buona luce. Peter si dimostra comprensivo, e mi concede le ferie. Colgo l’occasione per esiliarmi da Dublino per qualche giorno. Mentre gli altri lavorano, parto senza fare rumore. Prendo lo stretto necessario. Metto i Kila, Art Blakey e i Queens of The Stone Age sul lettore mp3. Lascio il cellulare a casa. La scelta della destinazione e’ quasi casuale. Ho sentito dire che Cork e’ bella.

Il servizio Bus Eireann e’ economico ed efficiente. Il viaggio da Dublino a Cork dura circa 4 ore e mezza. Il costo del biglietto andata-ritorno e’ €18. Sul pullman cerco di leggere la lonely planet, ma la stanchezza accumulata in questi giorni mi fa cadere continuamente in uno stato di dormiveglia.

Tre Pakistani seduti dietro di me continuano a parlare a un tono di voce molto alto e a ridere sguaiatamente. Neanche col lettore mp3 riesco a smorzare le loro voci. Per fortuna dopo un’ora, un grosso africano, che ricorda vagamente Manu Dibango, si alza e dice con rabbia di smetterla di fare casino che lui vuole dormire. La sua figura e’ talmente imponente e minacciosa che i tre rompipalle tacciono immediatamente. Il viaggio continua senza inconvenienti. Nei pochi momenti in cui riesco a stare sveglio, osservo il paesaggio. Tra una citta’ e l’altra ci sono solo campi verdissimi e greggi di pecore, come in quelle cartoline con la scritta Rush Hour in Ireland. I centri urbani che attraversiamo sono tutti uguali. Case di un piano, villette con giardini piccolissimi, supermercati Dunnes Store e Centra, pub a ogni angolo, semafori che durano 5 secondi per i pedoni e 2 minuti per le macchine. Ogni tanto ho l’impressione che l’autista sia sbronzo e che spesso invada l’altra corsia. Deve essere solo suggestione.

Scendono tutti. Dobbiamo essere arrivati. Eccomi nella People’s Republic of Cork, come la chiamano gli Irlandesi. Ovviamente non c’e’ alcun riferimento al socialismo reale. E’ qualcosa legato alla divisa rossa di una squadra locale. Sapere che e’ una questione di campanilismo calcistico rende ben poco interessante la faccenda. Mi sgranchisco le gambe, e mi dirigo verso il centro.

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