La fine di Steiner

febbraio 4, 2008

Ne La Dolce Vita ♦ (1960) uno dei personaggi chiave è sicuramente Steiner, l’amico musicista di Marcello, interpretato da Alain Cuny. Il rapporto tra Marcello e Steiner è articolato in 3 parti (l’incontro, la festa a casa di Steiner, la scoperta del suicidio) e termina a metà film, contrapponendosi simmetricamente all’episodio del miracolo dell’apparizione della Vergine.

Il disorientamento intellettuale e esistenziale di Steiner riflette il dualismo nell’Italia del secondo dopoguerra, divisa tra la sinistra secolare e la destra religiosa al potere. Steiner ha tutto ciò che un homo italicus possa desiderare (una moglie attraente e intelligente, due figli, una casa di lusso, fa parte di una casta internazionale di artisti e pensatori privilegiati e ha anche il favore della Chiesa) e suggerisce a Marcello di smettere di scrivere per la stampa scandalistica “semi-fascista”.
Steiner sembra aver dato un senso e un ordine al proprio ruolo sociale, cosa che suscita l’invidia di Marcello, che definisce la casa di Steiner “un rifugio” di armonia e arte contrapposto alla decadenza mondana della capitale: Steiner è la proiezione dei valori a cui Marcello vorrebbe aderire. Nonostante le apparenze, Steiner è un uomo contraddittorio e nevrotico che non sembra trovare una sintesi del scissione culturale della sua epoca, e diventa vittima della sua stessa iper-intellettualizzazione delle esperienze: in questo senso la scena in cui ascolta con gli amici suoni della natura registrati evidenzia la sua impossibilità di vivere un contatto concreto con la realtà. Tormentato dalla fragilità di un’umanità costretta a vivere sotto la spada di Damocle dell’annichilimento nucleare, Steiner non riesce ad accettare intimamente il ruolo che si è imposto e si rifugia in uno spiritualismo ascetico di facciata. Questa ricerca sottende un distacco emotivo da se stesso e dagli altri, condizione resa con efficacia dalla recitazione di Cuny, nella famosa scena in cui Steiner dice:

Qualche volta, di notte, quest’oscurità questo silenzio, mi pesano. È la pace che mi fa paura, temo la pace più di qualunque altra cosa. Mi sembra che sia soltanto un’apparenza e che nasconda l’inferno. Pensa a cosa vedranno i miei figli domani. il mondo sarà meraviglioso – dicono. ma da che punto di vista se basta uno squillo di telefono ad annunciare la fine di tutto.
Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti, nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita, in quell’ordine incantato. Dovremmo riuscire ad amarci tanto da vivere fuori dal tempo. Distaccati. Distaccati.
” (Steiner in La Dolce Vita, F. Fellini, 1960)

Questa involuzione solipsistica lo conduce a una scelta tragica (l’uccisione dei figli e il suicidio), gesto di disperazione materialistica e di tracotanza religiosa, liberando se stesso ma condannando la moglie alla dannazione e i figli ad una morte prematura (alcuni critici vedono in Steiner una sorta di Alter Christus che riscatta gli altri personaggi dalla loro falsità e aridità spirituale, sacrificando sé stesso). La visione di Steiner accasciato sulla sua scrivania con un buco nella tempia non fa che consolidare la disillusione e la consapevole immaturità di Marcello.

Per la cronaca, tra i bigotti che stigmatizzarono il capolavoro felliniano sono da ricordare un deputato dell’Msi e che parlò dell'”offesa palese alle virtù e alla probità della popolazione romana e la banale canzonatura dell’alta missione di Roma quale centro del cattolicesimo e di antiche civiltà” e naturalmente l’Osservatore Romano, che inaugurò una pesante campagna contro il film con un articolo intitolato “Basta! (…) Il male, il delitto, il vizio ostentato sugli schermi, sviscerato nella sua psicologia (…) è incentivo al male, al delitto, al vizio; ne è propaganda“.

Feltrinelli ha riedito il saggio di Kezich “Federico Fellini, la vita e i film” (disponibile su Ibs ♦), citato da Peter Cowie su The Nation ♦ come la miglior biografia e analisi dell’opera del cineasta riminese.

Una Risposta to “La fine di Steiner”

  1. Antonello Says:

    un’analisi molto interessante


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