Poles apart

febbraio 6, 2008

Mentre guardavo La Captive ♦ (2000), mi è venuto in mente un ex collega che in una pausa caffè mi disse con tono divertito «Ah, hai visto un film francese? Non era di Luc Besson? Ah, era noioso allora… Francese, quindi noioso!» Inutile dire che il tentativo di humor non andò a buon fine.
Liberamente ispirato a La Prisonnière di Proust, il film della belga Chantal Akerman colpisce fin dai primi minuti per una lentezza esasperante e per la stolida e a tratti risibile lascivia di Simon, l’annoiato aristocratico interpretato da Stanislas Merha. Il suo rapporto erotico e amoroso con Ariane (Sylvie Testud) suscita scarso interesse anche per la recitazione di Merha, che sembra sotto l’effetto di un potente tranquillante. Simon vaga per la sua grande casa a Parigi, fa inconcludenti giri in macchina, osserva il corpo di Ariane, scambia qualche dialogo breve e laconico con personaggi secondari e lo spettatore sprofonda insieme a lui in una noia opulenta, ravvivata solo da qualche scena di taglio hitchcockiano (in un’intervista la regista ha svelato che il riferimento sarebbe addirittura a Vertigo).
Con i suoi scambi di battute sussurrate e prive di testualità, La Captive mi è parso l’antitesi di Un coeur en hiver ♦ (1992) di Claude Sautet: i temi che nel capolavoro di Sautet sono sviluppati con rigore e coerenza sembrano rimanere involuti in quello della Akerman, che conferma gli stereotipi su un certo Cinema francese intellettualistico e pretenzioso, espressi con grande chiarezza dal mio ex collega.
Ne La Captive, la coppia Simon/Ariane è disfunzionale perchè l’uno vuole andare troppo a fondo (quasi oltre la sua mascolinità, in senso proustiano) e l’altra si ritrae, mentre la coppia di Un coeur en hiver Stéphane/Camille (Daniel Auteuil e Emanuelle Béart, entrambi in stato di grazia) vive una dinamica inversa, in cui l’una è pronta a donarsi totalmente e l’altro, per ragioni inespresse, si ritrae. La musica è un elemento presente in entrambe le vicende: in Sautet il tema viene affrontato sia nella sua materialità spaziale (nella tecnica esoterica della liuteria in cui Stéphane è maestro) sia nella sua immaterialità temporale attraverso le esecuzioni di Camille, talentuosa violinista, che catalizzano i temi psicologici con intensità quasi dolorosa (in questo senso il recupero delle sonate e trio di Ravel è decisamente felice). Simon invece ascolta fissando il vuoto L’isola dei morti di Rachmaninoff (e una sonata di Schubert) e Ariane canta passaggi di Così fan tutte, tutti orpelli estetici privi di funzionalità, quando non addirittura sgraziati.
In sostanza, i personaggi di Un coeur en hiver sono spinti in un triangolo amoroso distruttivo dall’impotenza (emotiva e relazionale) di Stéphane, la cui beffarda ambiguità rimane sostanzialmente irrisolta. I silenzi dello liutaio sono densi e aderenti al testo, mentre quelli di Simon più che antonioniani sembrano solo inutili. Se Sautet seduce e guida lo spettatore in «un’incursione nella selva dei sentimenti e nelle pieghe dell’anima» (Grazzini), la Akerman sembra rimanere invischiata nella sua patina pseudoatoriale, e il dramma di Simon si trascina fiaccamente non all’analisi del «bisogno compulsivo di infelicità» (F. Bonnaud) che domina i rapporti di coppia, ma in un limbo pre-narrativo in cui lo spettatore, sfibrato, vorrebbe ricacciare l’intero film.

Note: La Captive è stato recensito positivamente su Timeout ♦ e Les Inrockuptibles ♦. La colonna sonora di En coeur en hiver è disponibile su Amazon ♦.

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