Suoni dal Vecchio Continente

marzo 9, 2008

Al 12 Points Jazz Festival hanno suonato 12 band selezionate dall’Improvised Music Company di Dublino, i cui talent scout hanno setacciato MySpace in cerca di personalità emergenti del jazz europeo. Operazione più che riuscita, almeno per lei cinque ospiti che ho visto, che hanno suonato quasi solo materiale originale spesso di ottima qualità.

  • Il Giovanni Guidi Quartet si è focalizzato su pezzi composti dal giovanissimo pianista, tenuto in grande considerazione da Rava. Il gusto, la raffinatezza e l’alto livello tecnico del quartetto sono stati dimostrati nelle numerose incursioni free e nella matura interpretazione di un brano di Ornette Coleman.
  • I tedeschi Shreefpunk hanno mescolato free jazz con vaghe influenze post-punk. A farla da padrone è stata però la demenzialità di Matthias Schriefl, trombettista e leader della band che tra un fraseggio e l’altro ha suonato un campanaccio, un pupazzetto di gomma – di quelli che squittiscono se li schiacci – e un fischietto. Nonostante la simpatia dell’eclettico bavarese, le gag sono state tirate un po’ per le lunghe e hanno fatto perdere un po’ il filo delle composizioni, che alternavano momenti di melodicità ironica a sfuriate noise alla Zorn.
  • Pascal Schumacher è un compositore e vibrafonista lussemburghese di formazione classica, interessato all’improvvisazione. I suoi brani sono raffinati e coerenti e la band accompagna il vibrafono con eleganza, evocando atmosfere tenui e dai toni pacati.
  • Justin Carroll è un giovane pianista e compositore dublinese che ha partecipato a molti progetti nella scena jazz locale, e suona l’organo Hammond per gli Organics, trio irlandese molto promettente. La sua ultima band si chiama Togetherness e propone brani limpidi, di composizione piuttosto classica. Il sound del quartetto mi ha ricordato New york second line di Blanchard e Harrison.
  • Su territori decisamente meno jazz gli Ibrahim Electric, trio dalla capitale danese che miscela tre ingredienti: organo Hammond e riff chitarristici che attingono con intelligenza e gusto alla psichedelia anni ’60 (talvolta con inserti di melodia magrebina) e drumming funk pirotecnico con tocchi Yoruba. La ricetta è esplosiva e il risultato è un groove trascinante, che si tratti di pezzi boogaloo (irresistibile l’ironia di “Arabian Boogaloo”) o afrobeat (“Fela”, tributo a Fela Kuti). Pregevole e creativo il videoclip d’animazione di Blue Balls, promo dell’album Absinthe (Stunt Records/Sundance Music, 2007), recensito su AllAboutJazz.

Note:
i 12 punti del festival non hanno nulla a che vedere con quelli a cui inneggia Dustin il Tacchino.
Sono l’unico a trovare molto caotico il layout di MySpace?

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