Letters from Valsusa

aprile 6, 2008

Riporto una mail scritta ad un amico il giorno dopo aver visto “Letters From Iwo Jima”: per qualche oscuro motivo sogno spesso film americani pieni di cliché, rielaborandoli in salsa subalpina.


Ero su un dirigibile, un grande apparecchio dal design ultramoderno, con molti passeggeri in una suite lussuosa, tra cui c’eri anche tu e altre persone che non ricordo. Era quasi ora di pranzo. Il dirigibile volava pigramente su un paesaggio padano. Ero inquieto perchè ricordavo di avere letto che le crociere su dirigibile erano state sospese ai primi del ‘900 perchè gli apparecchi si incendiavano troppo facilmente, e qualcuno faceva una battuta sullo Zeppelin che faceva ridere tutti i passeggeri. All’improvviso si sentiva un frastuono terribile, seguito da uno scossone molto forte e poi il dirigibile iniziava a cadere, lentamente, come un paracadute.
L’atterraggio avveniva sulla riva di uno dei laghi di Avigliana. Appena fuori dal veivolo un manipolo di una decina di soldati giapponesi in divisa da seconda guerra mondiale veniva verso di noi, e quello di grado più alto iniziava a gridare qualcosa in giapponese, lingua che nessuno di noi capiva. Un tizio che dovevo aver visto da qualche parte all’università cercava di porsi come mediatore parlando un inglese maccheronico, e in tutta risposta il soldato lo colpiva in faccia col calcio della pistola facendolo cadere e lo freddava sparandogli alla tempia, tra gli sguardi raggelati degli altri passeggeri. I Giapponesi non sembravano intenzionati a fare prigionieri. Fuggivamo disordinatamente. Riuscivo a salvarmi sfruttando una passerella che il Comune di Avigliana aveva fatto costruire pochi anni prima e che i soldati non avevano visto. Le loro mappe non dovevano essere aggiornatissime.
Camminando in stato di shock nel parco naturale adiacente al lago arrivavo nelle vicinanze di un gruppo di case popolari in cui abitava un mio compagno delle medie, apparentemente abbandonate da pochi giorni, che esponevano insegne imperiali giapponesi, quelle col sole rosso su sfondo bianco. Realizzavo che tutta Avigliana era caduta in mano all’Impero del Sole e che la popolazione locale era scomparsa, deportata, schiavizzata o semplicemente trucidata. La rivelazione mi turbava, oltre che lasciarmi interdetto per gli anacronismi e l’incongruenza geografica. Poi l’istinto di sopravvivenza mi risvegliava dal torpore surreale in cui ero finito. Strisciando nel parco mi avvicinavo di nuovo al lago, ma dall’altro lato. Dall’acqua affiorava il relitto di un enorme incrociatore, lungo almeno un chilometro – di certo che un incrociatore americano affondato da un bombardiere giapponese – e notavo che una rigogliosa vegetazione tropicale stava soppiantando quella locale. Da lontano scorgevo delle truppe giapponesi che perlustravano l’area. Probabilmente mi stavano cercando.
In quell’istante, nel più banale dei colpi di scena, tu mi piombavi alle spalle, dicendomi di stare zitto. Dopo avermi causato un mezzo attacco cardiaco mi spiegavi che anche tu eri riuscito a scappare ma gli altri erano stati tutti deportati dai Giapponesi e, presumibilmente, erano già morti. Poi mi mostravi una katana affilatissima e mi dicevi che eri riuscito a rubarla a un soldato mentre scappavi, e la cosa mi rassicurava perchè almeno avevamo un’arma, per quanto razionalmente ne sospettassi l’inutilità.
Nascosti da una grossa felce, cercavamo di elaborare un piano di fuga. Io mi ricordavo che da piccolo andavo in una zona del parco dove c’erano vecchi bunker risalenti al Ventennio dove fabbricavano la dinamite, e sarebbero potuti essere un buon rifugio temporaneo e forse avremmo potuto trovare qualche altro fuggiasco. Avvicinandoci di soppiatto a quella zona però notavamo che i bunker non erano abbandonati ma brulicavano di soldati imperiali che, con l’efficienza e l’organizzazione impeccabile e poco fantasiosa che hanno nei film americani, avevano riqualificato tutta l’area: al posto degli sterpi e delle fatiscenti strutture di cemento armato che ricordavo, c’erano graziosi giardinetti e villette coloniali, con Giapponesi che bevevano thé e giocavano coi figli piccoli. Avviliti tornavamo in riva al lago.
Nello sconforto mi veniva in menta un’altra cosa: in una villa vicina al lago abitava un vecchio amico di mio padre appassionato di caccia che aveva un arsenale – per convincerti ti dicevo che era anche un ex-militare, cosa che sapevo falsa – e che poteva essere ancora vivo. Forse gli occupanti non avevano ancora trovato la villa. Cercando di ricordarmi la strada – cosa per me sempre drammatica, non solo in situazioni d’emergenza – deducevo che l’unico modo di raggiungere la villa fosse attraversare il lago a nuoto, costeggiando l’incrociatore. Guardando a terra notavo che c’era sabbia finissima invece del solito terreno paludoso che circondava i laghi. Mi immergevo – l’acqua era cristallina e tiepida, naturalmente – e nuotavo con vigore per una ventina di metri, provando un grande piacere fisico, sentendo una miriade di piccoli pesci tropicali sfiorarmi. Poi aprivo gli occhi sott’acqua e vedevo una sagoma verde che si avvicinava. Appena realizzavo che si trattava proprio di un enorme alligatore schizzavo fuori terrorizzato, dicendo che c’era “un coccodrillo del cazzo” e in un raptus di rabbia ti chiedevo la spada per cercare di ammazzarlo. Tu la spada l’avevi persa da un pezzo e mettevi in dubbio la mia tecnica di samurai. Rinunciavo, ed era meglio così, perchè il coccodrillo mi avrebbe mozzato una gamba in una frazione di secondo.
Mi accasciavo sulla sabbia. Ero l’unico a conoscere la zona e non potevo fare nulla. Le ore passavano lentamente, anche perchè dopo aver visto il coccodrillo avevamo deciso di non parlare per evitare di fare rumore. Il sole stava per tramontare, iniziava a fare freddo e arrivavano i primi morsi della fame.

Quasi assopito, sentivo dei passi molto vicini, di molti uomini. In un flashback mi ricordavo che sul dirigibile un tizio ben vestito e un po’ brizzolato mi aveva dato una pillola marrone, dicendomi con tono sarcastico «se ti catturano, prendi questa… Fa un po’ male al torace, dicono, ma meglio questo che subire un interrogatorio. A meno che tu resista molto bene alla tortura, ma non mi sembri il tipo…» Toccavo la tasca destra dei jeans. Avevo ancora la pillola. Un attimo prima che un soldato ci scoprisse puntandoci una torcia elettrica addosso e iniziasse a gridarci addosso con quel tono che hanno i Giapponesi quando parlano con qualcuno di rango inferiore, la buttavo giù.

Poi suonava un allarme lontano, una sirena dalla frequenza familiare che aumentava d’intensità diventando quasi assordante. I soldati si guardavano intorno disorientati, spazzando l’oscurità con i fasci delle torce elettriche. Poi mi ritrovavo sdraiato su un letto, tenendomi le mani sul torace, senza fiato, aspettando che il veleno iniziasse a distruggere il mio sistema nervoso. Poi capivo che la sveglia era già suonata da un pezzo – questo era almeno il quinto snooze – e che sarei già dovuto essere in ufficio da un’ora.

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