GOTO recycle;

luglio 16, 2009

(pubblicato su Il Contesto – numero 10, aprile 2009)

Nonostante lo smaltimento del software in disuso non comporti spese ingenti, l’industria informatica ha sempre dimostrato forte interesse nelle tecniche di riuso di questo prezioso asset tecnologico. Anche se non mancano analogie, il tentativo di estrarre valore da codice sorgente obsoleto o invenduto pone problematiche più complesse del riciclo di alluminio e vetro.

Nel 1968 Douglas McIlroy ha suggerito l’importanza dello sviluppo e della standardizzazione di componenti software riutilizzabili: il suo paper intitolato “Mass produced software components” ha inaugurato una serie di sforzi ingegneristici volti a facilitare il riuso di prodotti software in contesti differenti. I design patterns degli anni ’90, ispirati al metodo ideato dall’architetto Christopher Alexander per risolvere problemi ricorrenti di urbanistica, e i framework commerciali basati su tecnologie Java e C# dell’ultima decade ribadiscono la centralità che questo concetto riveste nell’ingegneria del software.

Il luogo in cui il riuso ha più spazio operativo è senza dubbio la comunità open source: l’irlandese recycle_keyboardTim O’Reilly, fondatore di O’Reilly Media – uno più autorevoli editori internazionali di manualistica informatica – sostiene da anni i vantaggi del riciclo del software abbandonato. Una parte di codice può sempre essere convertita in materia prima a basso costo da reiniettare nell’industria, alimentando il circolo virtuoso della continued innovation. Tradizionalmente le aziende conservano i brevetti sul software inutilizzato nella speranza di realizzarci guadagni in un secondo tempo, strategia che secondo O’Reilly ha spesso costi nascosti: anche se il codice sorgente non ha data di scadenza, conservarlo troppo a lungo può inibire un sano e auspicabile aggiornamento tecnologico.

Anche Jim Whitehurst, amministratore delegato di Red Hat – una delle maggiori società di servizi informatici basate su un modello di business aperto – ha ricordato recentemente che “la maggior parte del software è scritto all’interno delle aziende, non rivenduto e sfruttato in minima parte. Lo spreco di risorse è straordinario”. La proposta imprenditoriale di Whitehurst consiste proprio nel rispolverare questi rifiuti digitali, rimetterli in circolazione a costi molto contenuti e liberarne così il potenziale economico in un vantaggio globale per tutti gli operatori del settore – senza disdegnare i profitti che la sua azienda otterrebbe da questo processo di lifting high tech.

L’idea non convince tutti ed è innegabile che la riciclabilità di vecchi sistemi progettati per domini molto specifici sia piuttosto limitata e che il modello non possa essere applicato trasversalmente a tutta l’industria. È difficile prevedere se nello scenario di recessione globale questa proposta collaborativa decollerà e rovistare nella spazzatura altrui diventerà una prassi per tagliare i costi, ma basta dare un’occhiata al web server Apache, al sistema operativo GNU/Linux e al popolare browser Mozilla Firefox – prodotti sviluppati sulla base di grosse quantità di codice proveniente da progetti commerciali abbandonati – per percepire in maniera lampante il capitale imprigionato nei rifiuti software. Un capitale democratico, moltiplicabile, fluido e universale.

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