Archive for the 'cinema' Category

Farewell, Charlton

aprile 6, 2008

Per fortuna Charlton Heston non è stato solo l’anziano repubblicano a cui Michael Moore ha dedicato le sue subdole attenzioni in Bowling for Columbine.

(1) Mike Vargas: Captain, you won’t have any trouble with me.
Hank Quinlan: You bet your sweet life, I won’t. – Touch of Evil, 1958

(2) Charlton Heston alla manifestazione per l’integrazione a Oklahoma City, 27 maggio 1961

(3) L’amara scoperta di George Taylor alla fine dello swiftiano Planet of Apes, 1968

That’s the spirit, Beowulf

marzo 28, 2008

Sarà per il fascino archetipico dell’eroe contro il mostro, sarà per la licenziosità dei guerrieri goti in astinenza, sarà per gli esilaranti escamotage per celare l’attrezzo dell’eroe nudo durante il primo combattimento, sarà per la sceneggiatura di Avary che ha una sua inaspettata coerenza, sarà per la computer grafica pacchiana da filmato di intermezzo dei videogiochi – quello che di solito si salta con Esc – ma meno pacchiana di quella di 300, sarà per l’idea che il Beowulf sia considerato intollerabile

Motion Capture
Angelina Jolie in performance capture

dalla stragrande maggioranza degli studenti di letteratura inglese (Woody Allen compreso), Leggi il seguito di questo post »

Cose alla rinfusa

marzo 27, 2008

(1) Svelato il mistero del dito del pianista. Un giovane musicista inglese ha perso un dito durante il giorno di San Patrizio a Dublino e ha dichiarato che gli era stato staccato da un gruppo di Irlandesi razzisti in segno di rappresaglia. Grazie alle CCTV la polizia ha ritrovato il dito, rimasto incastrato in una recizione metallica che il diciassettenne aveva tentato di scavalcare. – BBC News

(2) La regista Neasa Ni Chainain voleva girare un documentario sull’attività caritatevole in Nepal di Cathal O’Searcaigh, poeta gaelico originario del Donegal, omosessuale dichiarato (e spesso discriminato nell’Irlanda rurale) verso cui nutriva ammirazione e amicizia. Durante le riprese la donna ha realizzato che O’Searcaigh aveva rapporti sessuali con alcuni dei ragazzi a cui finanziava gli studi, che lo veneravano come una divinità.
Intitolato “Fairytale of Kathmandu” e trasmesso Leggi il seguito di questo post »

L’eccezione culturale francese (e la Carlucci)

marzo 10, 2008

Ronald Bergan scrive di Cinema per il Guardian, vive nel sud-est della Francia e dice sul suo blog che nessuna nazione tratta meglio cinefili e cineasti. Il sistema di distribuzione e di sovvenzioni dell’Esagono permette a città medio-piccole di avere cinema d’essai spesso difficili da trovare in grandi città di altri Paesi europei, con una buona offerta di film d’autore internazionali con tutti i crismi cinéphile – proiezioni rigorosamente in lingua originale, senza spot commerciali e senza maleodoranti distributori di pop corn.

L’industria cinematografica francese, pur versando in condizioni non eccellenti, Leggi il seguito di questo post »

The conformist

marzo 5, 2008

In Inghilterra riesce Il Conformista (1970), e sul Guardian ricordano l’influenza esercitata su Il Padrino – girato 2 anni dopo – fatto marginale ma che conferma che da queste parti, parlando del Bel Paese, Don Corleone ci azzecca sempre. Sempre sul Guardian Philip French definisce il sottotesto psicologico del film – a grandi linee l’idea di interpretare il Fascismo come pulsione omosessuale repressa – “dollar-book Freud“, come Welles aveva definito il dispositivo psicologico Rosebud, utilizzato in Citizen Kane (1941).
Il Conformista era stato recensito anche da Veltroni che lo elogiò come affresco dell’Italia al crepuscolo del Fascismo, e da Fofi che sui Quaderni Piacentini accusò Bertolucci di essere un joujou della borghesia.

Il mostro di Gans

febbraio 22, 2008

Difficile pensare che qualcuno possa aver speso 30 milioni di euro per produrre un blockbuster horror-fantasy in costume ambientato nel sud della Francia nel 1760 che tira in ballo licantropi, indiani mistici maestri di kung-fu, complotti ultra-reazionari, erotismo libertino patinato, aristocratici corrotti e decadenti che temono la rivoluzione e contadini della Lozère che danno calci volanti al ralenti. Invece è accaduto e il risultato è Le pacte des loups ♦ (Christophe Gans, 2001). Lo smisurato pastiche postmoderno (a tratti più spaventoso del mostro stesso) è ispirato alla bestia del Gévaudan ♦, un caso di cronaca piuttosto affascinante che a distanza di due secoli e mezzo continua a suscitare l’interesse degli appassionati di cripto-zoologia (alcuni dicono si trattasse di una famiglia di lupi mutanti divenuti antropofagi, e non mancano interpretazioni ancora più bizzarre).
Prodotto al 100% da capitali francesi, il film mostra lo stato di salute di un’industria cinematografica capace di fare concorrenza a Hollywood anche nelle produzioni ad alto budget e a basso, bassissimo quoziente intellettivo. Oltre a Cassel nel cast c’è anche Émilie Dequenne, protagonista di Rosetta dei fratelli Dardenne (1999) e la Bellucci nella parte di una prostituta.

Poles apart

febbraio 6, 2008

Mentre guardavo La Captive ♦ (2000), mi è venuto in mente un ex collega che in una pausa caffè mi disse con tono divertito «Ah, hai visto un film francese? Non era di Luc Besson? Ah, era noioso allora… Francese, quindi noioso!» Inutile dire che il tentativo di humor non andò a buon fine.
Liberamente ispirato a La Prisonnière di Proust, il film della belga Chantal Akerman colpisce fin dai primi minuti per una lentezza esasperante e per la stolida e a tratti risibile lascivia di Simon, l’annoiato aristocratico interpretato da Stanislas Merha. Il suo rapporto erotico e amoroso con Ariane (Sylvie Testud) suscita scarso interesse anche per la recitazione di Merha, che sembra sotto l’effetto di un potente tranquillante. Simon vaga per la sua grande casa a Parigi, fa inconcludenti giri in macchina, osserva il corpo di Ariane, scambia qualche dialogo breve e laconico con personaggi secondari e lo spettatore sprofonda insieme a lui in una noia opulenta, ravvivata solo da qualche scena di taglio hitchcockiano (in un’intervista la regista ha svelato che il riferimento sarebbe addirittura a Vertigo). Leggi il seguito di questo post »

La fine di Steiner

febbraio 4, 2008

Ne La Dolce Vita ♦ (1960) uno dei personaggi chiave è sicuramente Steiner, l’amico musicista di Marcello, interpretato da Alain Cuny. Il rapporto tra Marcello e Steiner è articolato in 3 parti (l’incontro, la festa a casa di Steiner, la scoperta del suicidio) e termina a metà film, contrapponendosi simmetricamente all’episodio del miracolo dell’apparizione della Vergine.

Il disorientamento intellettuale e esistenziale di Steiner riflette il dualismo nell’Italia del secondo dopoguerra, divisa tra la sinistra secolare e la destra religiosa al potere. Steiner ha tutto ciò che un homo italicus possa desiderare (una moglie attraente e intelligente, due figli, una casa di lusso, fa parte di una casta internazionale di artisti e pensatori privilegiati e ha anche il favore della Chiesa) e suggerisce a Marcello di smettere di scrivere per la stampa scandalistica “semi-fascista”. Leggi il seguito di questo post »

Terrain Vague

gennaio 30, 2008

Di Marcel Carné vengono ricordati soprattutto i lavori degli anni ’30 e ’40, in particolare Quai de Brumes (1938), Le jour se lève (1939) e Les Enfants du Paradis (1945), raffinato melodramma ottocentesco sceneggiato da Prévert e girato nella più totale segretezza a Parigi durante l’occupazione nazista. Alla fine degli anni ’50 Carné ha visto la propria carriera finire prematuramente, abbandonato da un pubblico sempre più lontano dal realismo poetico e da una critica che lo accusava di non essere stato capace di confrontarsi con il linguaggio della nouvelle vague.

Terrain Vague ♦ (1960), uno degli episodi più sfortunati nella carriera del cineasta, segue gli sviluppi di tre vicende interconnesse nel contesto di una banda di adolescenti nella banlieue parigina: l’iniziazione e la tragica fine del giovane Babar, l’amore fortemente idealizzato tra la leader della banda Dan e il teddy boy Lucky e la rapina organizzata dallo sbandato Marcel. L’obiettivo di Carné non era fornire una rappresentazione realistica della piaga del nichilismo giovanile che colpiva il mondo industrializzato del dopoguerra: il film è un esempio di tardivo realismo poetico, in cui la ricerca non è volta all’attendibilità psicologica dei caratteri e alla naturalezza delle situazioni, ma al lirismo di contrasti forti e spesso assolutizzanti. Come accade comunemente nel genere, i protagonisti sono figure di ceti popolari in cerca di una via di fuga da un contesto sociale opprimente, fuga che talvolta si scontra con la realtà con esiti tragici. Leggi il seguito di questo post »

Cinefilia

gennaio 30, 2008

Dialogo avvenuto con una donna australiana che indossava stivali alla Jesse James e gioielli di plastica simili a quelli allegati a Cioè:

– Io a Sidney ci andavo spesso, al cinema, però da quando sono a Dublino non ci vado più.
– Perchè?
– I cinema qua sono troppo piccoli.
– In che senso scusa?
– Nel senso che io a Sidney vado in un multisala da 24 sale, e qua al massimo c’è il CineWorld che ne ha meno di 10! È così piccolo, mi sento soffocare…
– Ma cosa cambia il numero di sale?
– Cambia, cambia… Su 24 sale, lo stesso film viene programmato a ripetizione ogni mezz’ora, e non devi aspettare… Qua sono andata una volta, e c’era da aspettare tre ore e me ne sono andata! (Tono indignato)
– Ehm, da queste parti generalmente controlliamo il programma del cinema prima di andare…
– Ah sì? Davvero?!? (Tono divertito)
– Sì.
– Sì ma è un casino… Preferisco non andarci.
– Capisco. Sono scelte.
Cala un silenzio imbarazzato.